L'EDITORIALE

Garlasco, il 'caso infinito': perché la condanna di Alberto Stasi potrebbe essere riscritta

Garlasco, il 'caso infinito': perché la condanna di Alberto Stasi potrebbe essere riscritta

A quasi diciannove anni dal delitto che ha scosso l'opinione pubblica italiana, il giallo di Garlasco si avvia verso una clamorosa riapertura. Non si tratta di...

Pubblicata 25/04/2026 alle 08:10

A quasi diciannove anni dal delitto che ha scosso l’opinione pubblica italiana, il giallo di Garlasco si avvia verso una clamorosa riapertura. Non si tratta di semplici indiscrezioni, ma di un’accelerazione formale impressa dall’incontro tra i vertici delle procure di Pavia e Milano. Al centro della vicenda c’è la figura di Alberto Stasi, che da oltre un decennio sconta una pena definitiva a 16 anni di reclusione, ma il cui castello accusatorio sembra oggi mostrare crepe insanabili sotto il peso di nuove analisi scientifiche.

Il cuore del possibile ribaltamento risiede in un lavoro di revisione che ha messo in discussione i pilastri della sentenza del 2015. Gli inquirenti hanno rianalizzato i punti cardine del processo, a partire dall’orario del decesso di Chiara Poggi. Se prima la finestra temporale stringeva il cerchio intorno a Stasi, le nuove perizie medico-legali posticipano l’omicidio a una fascia oraria in cui l’allora fidanzato si trovava a casa, intento a lavorare alla propria tesi di laurea. Un alibi che, se confermato, renderebbe fisicamente impossibile la sua presenza sulla scena del crimine.

Non meno rilevante è il capitolo dedicato alle tracce biologiche. Il DNA rinvenuto sui pedali della bicicletta di Stasi, un tempo prova regina, viene oggi guardato con sospetto: il sospetto è quello di uno scambio di provette o di una contaminazione accidentale in laboratorio, data l’incredibile sovrapposizione con altri campioni di riferimento. A questo si aggiunge la revisione delle tracce ematiche e delle impronte nella villetta. Le analisi più recenti suggeriscono che l’assassino non utilizzò il lavabo per ripulirsi, smontando la tesi della pulizia post-delitto, e che le impronte di scarpe Lacoste siano compatibili con la versione di Stasi, il quale ha sempre sostenuto di essere entrato in casa solo dopo il tragico evento per scoprire il corpo della fidanzata.

Sullo sfondo, ma sempre più centrale, emerge la figura di Andrea Sempio. L’inchiesta bis a suo carico è prossima alla chiusura e gli elementi emersi, tra cui tracce di DNA sotto le unghie della vittima, potrebbero fornire quella “nuova prova” necessaria per scardinare il giudicato. La palla passa ora alla Procuratrice Generale di Milano, Francesca Nanni, nota per aver già gestito casi complessi di revisione, come quello che ha portato alla recente assoluzione di Beniamino Zuncheddu dopo trent’anni di carcere.

Se la revisione dovesse concludersi con un’assoluzione, lo Stato si troverebbe di fronte a un errore giudiziario di proporzioni enormi. Oltre alla libertà ritrovata, per Stasi si profilerebbe un risarcimento milionario, calcolato non solo sui giorni di detenzione ma sul danno esistenziale e patrimoniale subito in questi anni. Resta però la cautela dei magistrati: la strada per la revisione è eccezionale e rigorosa, ma il dubbio che la verità processuale non coincida con quella reale non è mai stato così forte.